Cercare il silenzio ...

martedì 5 aprile 2011

Sovente siamo immersi in distrazioni, dissipazioni e rumori che ci distolgono dalla ricerca nell’ incontro con Cristo, da quell’intimità e contatto che ciascuna anima anela raggiungere unicamente per vivere di quella pace e di quella gioia che il solo Spirito  può riempirci il cuore.
Tutto ciò può avvenire unicamente attraverso la riscoperta del silenzio, quel silenzio ormai scomparso nelle nostre chiese, bandito nelle nostre celebrazioni liturgiche e poco presente nei nostri incontri.
Quello della quaresima è senza dubbio un momento favorevole per la ri-scoperta del silenzio, questo tempo in cui la nostra mente messa a tacere può favorire l’incontro nel nostro cuore con Cristo anche se il “sacro silenzio” dovrebbe essere il nostro rifugio non solo in quaresima ma durante tutto il nostro cammino quotidiano e cristiano.

Da sempre e per sempre Dio si trova e si troverà nel silenzio.
Ci può essere l’incontro nella folla, però anche nel seno di questa folla sei fondamentalmente solo e puoi ritrovarti inesorabilmente solo.
Ci può essere l’incontro nella parrocchia, ma anche qui ci sarà in un momento in cui ti apparti ed entri in te. In qualche modo ti ritrovi solo e rimani con te stesso.
Ci può essere anche la cella di un luogo di ritiro. Certo. Tutto può essere. Ma il luogo teologico dell’incontro con la Vita della tua vita non può essere altro che una solitudine accompagnata da una certa qualità di silenzio.
E così vero che una delle cause del nostro attuale sgomento, tanto da farci sembrare, noi credenti, quasi come venuti da un altro pianeta rispetto al mondo di oggi, è proprio il fatto che tutto risuona intorno a noi di un chiasso insopportabile, un chiasso da discoteca che è come una droga per stordire e arriva a far credere che si è circondati di gioia mentre sovente, malgrado gli stimoli musicali ed altro, producono un fenomeno di eccitazione che giunge solo a smuovere dall’apatia e dalla noia quotidiana. Il silenzio fa paura, la solitudine viene aborrita.
Quando apri la televisione poi, diventi un robot mangia immagine, subisci testi da fare vomitare un animale... È una vera e propria aggressione alla mente.
Sei maneggiato come un pupazzo di stracci, devi essere convinto che questo e quell’altro sono cose indispensabili per vivere, gli spettacoli più violenti sono chiamati alla riscossa per fare di te una preda, la tua umanità deve essere annichilita e incretinita in modo tale da condizionarti e orientarti come vogliono i padroni dei mass-media che, guarda a caso, sono anche i padroni del denaro e delle industrie che regnano sul mondo. E il tutto in nome della pubblicità e della libertà d’espressione.
Una cosa che doveva aiutare l’umanità a progredire la sta asservendo.
L’uomo per essere uomo ha bisogno di essere “uno”. Di conoscere la terra dove vive. Non la sua configurazione geologica e geografica, ma i suoi ritmi di vita, il suo respiro per così dire, deve sapersi orientare sul suo territorio, che gli rivela anche il sacro. Lo sappiamo tutti, anche senza riferirci a San Paolo. Il bambino tenuto per mano e accompagnato alla scoperta dei sentieri della foresta o del mare, diventa a modo suo un sapiente. Il poveretto di oggi che nasce e muore tra supermercati e cinema, per forza diventa un violento e un disperato.
Senza il mondo della terra, e il contatto con la natura, è difficile aprirsi al Sacro e senza il Sacro come si fa a riconoscere Gesù? Mi direte sto vagando lontano dal silenzio, forse, ma sto solo illustrando le condizioni base per potersi aprire al senso del divino.
Tutte le grandi cose richiedono silenzio...

L’oscuro silenzio della tomba di Cristo è il grembo della Risurrezione! Nel mezzo della notte, a Betlemme, nasce Gesù, lontano dalla città degli uomini. Nella solitudine e l’allontanamento da tutti, Gesù andava tutto solo a pregare di notte... Le guardie della tomba erano addormentate quando, trionfante, Gesù si libera delle catene della morte. Nel silenzio eterno, il Padre crea il cielo e la terra e il dispiegarsi dell’essere fa sì che si metta in moto il tempo. E noi siamo compresi in questo atto iniziale... Da un punto, che non c’era, si apre il ventaglio del creato e noi già siamo compresi in questa meraviglia che per un lasso di tempo, si dipana fino al suo ritorno nel seno primitivo per il misterioso disegno del Padre!

Cercare il silenzio……

L’esclamazione di Giobbe dopo che Dio gli apparve dice tutto: «Ecco sono ben meschino! Che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, ho parlato due volte ma non continuerò... Io parlavo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono, perciò mi ricredo e ne provo pentimento su polvere e cenere» (Giobbe 42,5).
L’uomo davanti a Dio può solo tacere se desidera incontrarLo.

«Ora i miei occhi ti vedono», ecco il mistero. Chi vede Dio ha grande difficoltà a parlare. È la vita che diventa un libro. Riportare l’uomo alla ricerca del silenzio è il grande compito di noi credenti.

Forzare se stessi ed essere capaci di rimanere in silenzio, in silenzio totale, senza canti né preghiere vocali è la cosa più bella che possiamo fare per la nostra gente!
Nelle parrocchie, nei raduni di preghiera, negli incontri, educare la gente, soprattutto i giovani, a scoprire cosa si nasconde nel silenzio prolungato... davanti a Gesù-Eucaristia!
Non avere paura e non tirarti indietro perché tutti vogliono fare, strafare, cantare, fare musica chiassosa, danzare...
Annunzialo in ogni momento, opportuno ed inopportuno e soprattutto metti in contatto la gente con il silenzio, con la solitudine e con la bellezza del mondo così com’è.
Aiutare ad entrare nel silenzio: questo è l’apostolato che persuade più delle prediche, più dei logici trattati, più delle brillanti esegesi; senza diminuire l’importanza di tutto questo, certo, ma il silenzio è l’anima della vita cristiana.

“C’è un tempo per tutto, ma il tempo riservato a Dio nello stare davanti a Lui in silenzio amoroso è il tempo in cui diventi uomo e sei ciò che devi essere.”

Fonte: stralci da Maddalena di Spello

Chi obbedisce .... non sbaglia mai !

martedì 29 marzo 2011

Un uomo dormiva nella sua capanna quando improvvisamente una luce illuminò la stanza ed apparve Dio. Il Signore gli disse che aveva un lavoro per lui e gli indicò una gran roccia di fronte alla capanna. Gli spiegò che doveva spingere la pietra con tutte le sue forze.  
L'uomo fece quello che il Signore gli chiese, giorno dopo giorno. Per molti anni, da quando usciva il sole fino al tramonto, l'uomo spingeva la fredda pietra con tutte le sue forze... ma questa non si muoveva. Tutte le sere l'uomo ritornava alla sua capanna molto stanco e convinto sempre più che tutti i suoi sforzi erano inutili. 
Cominciò così a sentirsi frustrato, e Satana ne approfittò insinuandosi subito nella sua mente e mettendogli forti dubbi: "Stai spingendo quella roccia da molto tempo...e non si è mossa di un millimetro!" L'uomo pian piano cominciava a convincersi che il compito che gli era stato affidato era impossibile da realizzare e che lui era un fallito.
Questi pensieri aumentavano sempre più la sua frustrazione e delusione. Satana infierì ancora: "Perché sforzarti tutto il giorno in questo compito impossibile? Fa' solo un minimo sforzo e sarà sufficiente!"
L'uomo pensò di mettere in pratica questo consiglio, in fondo fino ad allora con tutti i suoi sforzi non aveva concluso nulla di buono, ma prima decise di elevare una preghiera al Signore e confessargli i suoi sentimenti: "Signore, ho lavorato duramente per molto tempo al tuo servizio. Ho usato tutta la mia forza per ottenere quello che mi hai chiesto, ma non sono riuscito a smuovere la roccia neanche di un millimetro. Ho lavorato per niente, sono un fallito! E' meglio che mi dia da fare dell'altro!" 
Il Signore rispose con molta compassione: "Caro figlio, quando ti chiesi di servirmi e tu accettasti, ti dissi che il tuo compito era di spingere la roccia con tutte le tue forze, e l'hai fatto. Mai ti ho chiesto di rimuoverla. Il tuo compito era solo quello di spingerla. Non ti dovevi preoccupare di spostarla....a quello ci penso io! Ora vieni a me senza forze a dirmi che sei fallito, ma ne sei proprio sicuro? Chi ti ha fatto pensare ad una cosa simile? Hai dato ascolto al demonio? E' un bugiardo e menzognero! Ma guardati: le tue braccia sono forti e muscolose, la tua schiena forte ed abbronzata, le tue mani callose per la costante pressione, le tue gambe sono diventate dure. Nonostante le avversità sei cresciuto molto ed ora le tue abilità sono maggiori che quelle che avevi prima di fare la mia volontà. Certo, non hai mosso la roccia, ma la tua missione era di obbedire spingendola, per esercitare la tua fede in me. Io so che tu non sei capace di spostare la roccia....per questo non te l'ho chiesto....Io non do mai pesi superiori alle forze di ognuno. Tu mi hai obbedito! Sei stato fedele....e soprattutto prima di credere al demonio ti sei rivolto a me. Bravo. Ora, caro figlio, io muoverò la roccia".

Alcune volte, quando ascoltiamo la parola del Signore, tentiamo di usare il nostro intelletto per decifrare la Sua volontà, quando in realtà Dio  ci chiede soltanto obbedienza e fede in lui. Dobbiamo esercitare la nostra fede che muove montagne, ma coscienti che è Dio che alla fine riesce a spostarle.


Quando tutto ti sembra andar male...SPINGI soltanto!

Quando sei esaurito per quel lavoro...SPINGI soltanto!

Quando la gente non si comporta nella maniera che a te sembrerebbe giusta...SPINGI soltanto!

Quando la gente semplicemente non ti comprende...SPINGI soltanto!

Quando ti siedi sfinito e senza forze...SPINGI soltanto! 

Chi ti sposterà gli ostacoli....sarà Dio.

San Francesco di Sales: i cinque gradi dell'umiltà

venerdì 25 marzo 2011

1)    Il primo grado dell’umiltà è la conoscenza di sé, che avviene allorché, per mezzo della testimonianza della nostra coscienza, e con l’aiuto della luce che Dio riversa sui nostri spiriti, ci rendiamo conto che non siamo altro che povertà, miserie e abiezione. Questa umiltà, se non va oltre, non è granché, e, di fatto, è molto comune; infatti, sono poche le persone che vivono in tanta cecità da non riconoscere abbastanza chiaramente la propria pochezza, per poco che riflettano; tuttavia, non vogliono vedersi per quello che sono, tanto che sarebbero molto contrariati se qualcuno li giudicasse per quello che realmente sono. Ecco perché non bisogna fermarsi a questo punto, ma passare al secondo livello, che è il riconoscimento; c’è differenza fra conoscere una cosa e riconoscerla.
2)   Riconoscere significa dire e manifestare pubblicamente, quando è necessario, quello che conosciamo di noi stessi; ma si intende che va detto con un sincero sentimento del nostro nulla, dato che c’è una quantità di persone che non fa altro che umiliarsi soltanto a parole. Parlate alla donna più vanitosa del mondo, ad un cortigiano dello stesso stampo, e dite loro, ad esempio: mio Dio! quanto lei è in gamba, quanto merito le deve essere riconosciuto! Non trovo nulla che si avvicini alla sua perfezione. Risponderanno: Oh, Signore, non valgo nulla, e non sono che la miseria in persona e la stessa imperfezione; ma contemporaneamente sono molto contenti di sentirsi lodare e, ancor di più, se li giudicate secondo quello che dite. Ecco allora che quelle parole di umiltà non si trovano che sulle labbra e non provengono dal profondo del cuore; infatti, se doveste prenderli in parola, prendendo per vere le loro false dichiarazioni di umiltà, si offenderebbero, e pretenderebbero che facciate loro ammenda per l’onore offeso. Ora, Dio ci protegga da umili di tal genere!
3)   Il terzo livello è di ammettere e confessare la nostra pochezza e abiezione quando la scoprono gli altri: infatti, molto spesso, diciamo personalmente e anche con convinzione, che siamo cattivi e miserabili, ma non vorremmo che in questa affermazione ci prevenisse qualche altro; e se capita, non soltanto non ci fa piacere, ma ce ne abbiamo a male, e questo è un segno sicuro che la nostra umiltà non è perfetta e nemmeno di buona qualità. Bisogna dunque ammettere francamente e dire: avete proprio ragione, mi conoscete molto bene. Questo grado è già molto buono.
4)   Il quarto è amare il disprezzo e rallegrarci quando veniamo abbassati e umiliati; infatti, a quale pro trarre in inganno lo spirito degli altri? È un fatto irragionevole. Se ammettiamo che non siamo nulla, dobbiamo essere molto contenti che venga creduto, che si dica e che ci si tratti come nullità e miserabili.
5)   Il quinto, che è il più perfetto e il più alto dei gradi di umiltà, è quello non soltanto di amare il disprezzo, ma desiderarlo, cercarlo e compiacervisi per amore di Dio: e beati sono quelli che giungono a questo livello; ma il loro numero è molto limitato. Nostro Signore lo voglia aumentare di... 10 o 20 fratelli che Gli sono consacrati in questa nostra famiglia.

Io sarò con te

mercoledì 23 marzo 2011

Molte volte, già al mattino dopo che i nostri occhi si sono aperti sul nuovo giorno e magari dopo aver recitato anche le preghiere, sentiamo già i legacci del mondo che ci stringono, il respiro comincia a mancare e l’ansia ci assale e cambia il nostro umore facendo sì che il nostro umore prenda quella impronta per tutta la giornata. Perché,? Cosa succede? Si fa presto a capirlo e così immancabilmente tornano a farci visita i nostri carichi psicologici sui diversi adempimenti che ciascuno di noi deve affrontare, quelle situazioni con cui comunque dobbiamo fare i conti e che ci tolgono subito quella pace, quella speranza di confidare e continuare sempre a rimettere tutto in Gesù. Spese inaspettate da affrontare, quadrature di bilanci famigliari sempre più ridotti all’osso in cui il solo dato certo è che ciò di cui si dispone materialmente, intendiamo a livello economico, non è mai sufficiente a gestire le incombenze del vivere quotidiano, quel vivere non certo fatto di agiatezza o di lusso ma quella soglia minima per cui non sentirsi soffocati, morire. Figli che giustamente hanno le loro esigenze, i loro target per essere a passo con gli amici coetanei nel vestire, nell’essere nel sociale, e intuire come già da allora cominciano a dar spazio a realtà solo apparenti, all’adorazione già prematuramente di falsi idoli che portano alla vita senza senso e senza valori. Ma anche per noi genitori è difficile rimanere al gioco senza gravi turbamenti, restare in quella speranza certa per cui niente ci debba distogliere dalla pace, in quell’atteggiamento che un buon cristiano dovrebbe comunque avere nel confidare unicamente nel Signore che da secondo le nostre necessità. Quant’è difficile, quant’è faticoso, ed ecco che in queste occasioni possiamo comprendere la straordinarietà dei santi, delle persone ricolme di fede, quella fede a cui tutti dovremmo aggrapparci quando le cose non vanno come vorremmo noi. Qui può venirci in aiuto Santa Teresa della Croce, suora carmelitana,  in cui prendendo spunto da uno stralcio dei suoi scritti possiamo intuire che alla fine non è poi tanto difficile aspirare a quell’abbandono totale nel Signore e nel lasciarGli gestire le nostre incombenze. Chissà, sicuramente tra queste righe possiamo  scorgere qualche utile insegnamento……

Di fronte a una salita da fare, con la prospettiva di levatacce per evitare il caldo del giorno e di stanchezze varie, può venire la tentazione del dire: Ma chi me lo fa fare? Sto tanto bene qui, tra le mie comodità. Vado, non so quel che trovo.. poi a metà strada mi pento e da solo non posso tornare via... Chissà perché l'uomo di fronte agli orizzonti splendidi del trovare cose nuove si circonda di tutti i fantasmi possibili e immaginabili del pericolo, del rischio, del perdere... tra le mille voci contrastanti un solo mormorio può placare le ansie dell'imprevedibile: è il sussurrare divino, appena percepibile: Io sarò con te. Non temere, scricciolo. Vivi l'avventura della vita senza lasciarti portar via il meglio dall'angoscia di non avere tutto sotto controllo. Affidati: Io sarò con te. Andare con Dio non è un ansiolitico nel senso di medicina rassicurante in quanto ti dice cosa ti avverrà, come, quando (secondo il nostro desiderio di conoscere il futuro quasi arrivasse già pronto per noi e noi dovessimo solo consumarlo...). L'unica rassicurazione è che non sei solo, e soprattutto che stando con Lui non dovrai più pensare tu a tutto, perché Egli ha cura di te. Essere accuditi, coccolati, teneramente amati: chi non sogna una persona che colmi questo bisogno abissale di affetto? Anche i tipi più burberi nascondono un cuore che attende il contatto morbido dell'amore, l'essere avvolti da un abbraccio vitale di comprensione e di vicinanza. Il Signore, l'unico che abita le distese sconfinate dello spirito umano, in ogni dove e in ogni come, Lui è questo bisogno colmato. E quando dentro si avverte questa nenia di amore che libera ed espande le energie più nascoste dell'essere, i passi in salita diventano colpi d'ala. Dice Giovanni della Croce: quando ti trovi immerso in una difficoltà, l'unico modo per uscirne è volare via da quella fanghiglia che ti tiene imprigionato. Ed è vero, perché se resti lì non vedi, e non puoi risolvere, sei travolto da ciò che stai vivendo. Porsi in alto: non è difficile per chi ha al proprio fianco il Dio vivente! con questa buona compagnia i passi sono più leggeri e la vetta sembra meno lontana. È un buon montanaro il nostro Viandante... da quando ha lasciato il cielo per vestire i nostri panni tutte le montagne sono diventate come pianure, perché il lanciarsi del Verbo di Dio in terra, mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso (Sap 18,14), come effetto di forza propulsiva ci ha spinto in alto, alle falde del cielo, sulle cime dei monti, i più alti che uomo possa scalare, i monti della divinità per essere il "di fronte" del Padre.
                                     (Sr Teresa della Croce, carmelitana)

Buon compleanno Fra Alessandro

lunedì 21 marzo 2011


Buon compleanno fratello Alessandro, chissà se là nell’alto dei cieli si festeggia, anche se penso che il tuo vero compleanno sia quello dell’11 Agosto giorno della tua dipartita verso le schiere celesti.
Come và Alessandro qui? Male fratello carissimo e mai come in questi ultimi periodi mi ritorni alla mente, ripenso al breve periodo in cui ti ho conosciuto e ho avuto la fortuna di frequentarti, alle molteplici esperienze di cui mi hai arricchito e ai tuoi pochi ma semplici e forti insegnamenti in cui credevi e che ti sforzavi di far conoscere a quanti incontravi sul tuo cammino.
Mi colpisce ancor oggi ricordare quando mi parlavi della tua vocazione di come il Signore ti voleva già per Lui quando tu eri invece immerso in quel finto paradiso di cui oggi molti giovani vanno alla ricerca, di cui ne fanno uno stile di vita: discoteche, mondanità, notti scambiate per giorno, divertimenti smisurati, ecc. Anche se tu non li vivevi appieno eri comunque immerso in un contesto sociale e culturale perché ci abitavi anche vicino: Rimini e la riviera romagnola. Quella Rimini/Riccione oggi metà del divertimento per eccellenza per cui tanti ragazzi o con la macchina o anche con il treno vi giungono da tutte le parti percorrendo magari centinaia di kilometri unicamente per trascorrere un fine settimana, i conosciuti “sabato sera dei giovani” all’insegna del ballo, del divertimento e dello sballo anche esagerato con le droghe per poi svuotati di tutto ritornare alle loro case ripercorrendo centinaia di kilometri e il tutto in appena 12/24 ore.

Mi parlavi di come il Signore già ti aveva tirato fuori da quel contesto e ti voleva per Lui, apostolo delle genti e non semplice numero nella moltitudine della massa. Venivi da una famiglia abbastanza agiata e come il novanta per cento della realtà imprenditoriale del posto anche i tuoi genitori avevano un albergo, uno di quei tanti della riviera in cui nel periodo estivo sono tutti stracolmi. Ricordo quando mi raccontavi della reazione della tua mamma, - donna simpaticissima che mi hai fatto conoscere e che ti voleva veramente tanto bene, - arrabbiatissima quando lei per il tuo 18° compleanno ti regalò una fiammante Porsche, macchina che qualsiasi giovane vorrebbe avere, e che invece tu di li a qualche mese hai subito regalato ad un amico. Forse perché già assaporavi la grazia e la grandezza del “non avere”, di quella madre povertà a cui il Signore ti stava chiamando.

Mi hai insegnato a tener su nella mano la corona del rosario facendomi scoprire quella preghiera che poco conoscevo e a cui mi sono innamorato solamente nel guardarti tutte le volte che tenevi la tua corona tra le mani e sgranavi rosari a volontà in qualunque momento della giornata e mentre facevi qualsiasi faccenda. Se mi sono innamorato della preghiera del rosario è grazie a te Alessandro; prima ne sentivo l’imbarazzo e la vergogna io uomo, ragazzo a farmi vedere con una corona in mano. Grazie, fratello caro!!! Quanti ce ne siamo detti nei molti viaggi fatti assieme in macchina quando ti accompagnavo nelle tue missioni di predicatore o quando andavi a dir messa in altre parti.

E poi che dire di come sempre ti affidavi alla divina provvidenza nel tuo dire e nel tuo fare e niente ti turbava o ti scomponeva più del dovuto quando qualcosa non andava per il verso suo. Mi piacevi ancora di più quelle volte in cui la tua mitica Fiat Tipo blu la sottoponevi a viaggi estenuanti ora di qua ora di la, quasi camminasse a Spirito Santo ma poi ti toccava fare i conti con qualche manutenzione saltata ed eccola la che ti si fermava, restavi a piedi. Ed io contento di ricevere la tua chiamata e venivo a prenderti a recuperarti, con la tua mamma che spesso mi diceva con quel meraviglioso accento romagnolo “Che sciagurato sto’ figlio meno male che può contare su persone come te”.

Chiudo gli occhi e quasi ti risento nelle tante omelie in cui non perdevi occasione per riferirti alla mamma celeste, Maria, che tanto amavi e che tanto ti sforzavi a farci comprendere come eleggerla unica e grande mediatrice delle nostre necessità.
Oggi capisco perfettamente tutte quelle volte in cui stavi male, quando ti scontravi con le varie realtà dei conventi in cui ti ritrovavi a dover stare, in quegli ambienti parrocchiali e non in cui, secondo te, il troppo attivismo e le tante distrazioni sviavano, facevamo perdere l’interesse e la possibilità di scoprire il Vero Amore: Cristo. Qualcuno diceva che eri troppo estremista, qualche volta pesantemente ti davano anche del pazzo quasi a volerti richiamare sul tuo desiderio di incarnare un San Francesco per tanti tuoi confratelli ormai scaduto, passato di moda.

Che dolore Alessandro caro sentire ancora oggi pronunciare quella etichettatura, quella parola orrenda ancor più orribile perché sulla bocca di tuoi stessi confratelli sacerdoti. Non ti sbagliavi fratello, non ti sbagliavi affatto; avevi già intuito le cose che non andavano ma le tue ammonizioni cadevano come seme sulla roccia e non su terreno fertile. Volevi solo dare dignità e valore alla vocazione, quella di vero frate che sentivi voler incarnare: a quella povertà che si vedeva nel tuo saio che sempre indossavi e a volte maleodorante perché non potevi sostituirlo con un altro che non avevi. E quei sandali un po’ rotti che tanto hanno camminato e che non cambiavi spesso perché tutto volevi far consumare, così come ti sei consumato tu fino alla fine. E oggi vediamo ciò che tu vedevi prima, oggi in molti soffriamo la leggerezza con cui si fanno le cose sante, di come poco si piegano le ginocchia davanti a quel tabernacolo che sempre hai guardato anche tu. E noi ? Ancora qui a chiederci perché le cose non vanno, facendo finta di niente e allo stesso tempo vivere nell’ipocrisia che tutto và bene così, e sentire la paura addosso perfino di ammonire il fratello che sbaglia perché laici o sacerdoti che siamo resteremo delle persone secolarizzate sempre più del mondo e sempre meno nello Spirito.

E mi ricordo di quando decidesti di fare il cammino a Santiago di Compostela e solamente a due mesi dalla data prefissata ti sei cominciato ad allenare facendoti delle camminate a piedi nei paesi limitrofi a Guardiagrele. Qualche volta ti ho accompagnato e anche se il tuo passo non era veloce era comunque resistente tant’è vero che una volta sei quasi arrivato a Lanciano da Guardiagrele sotto una insistente pioggia. E la tua caparbietà l’ho anche compresa quando ti ho visto di ritorno dal pellegrinaggio a piedi di Santiago in cui avevi entrambi i piedi pieni di escoriazioni e bolle d’acqua che per una settimana non camminavi quasi più perché senza preoccuparti di alcuna preparazione al cammino ti sei fatto circa 300 km a piedi.

Nei tuoi tanti viaggi a Medjugorie e anche a Lourdes stavi ore davanti al computer a studiare, cercare la tariffa la più economica possibile perché il risparmio per te era la via breve per meglio far agire la provvidenza e racimolare il denaro necessario al biglietto. Non ti ho mai visto con fare attaccato al dio quattrino se non limitatamente a ciò che ti serviva, non trattenevi mai niente per te e le offerte e le intenzioni che ricevevi nelle celebrazioni le riconsegnavi sempre all’economo.

Mi hai fatto comprendere in maniera particolare, e mai mi è più successo con altri sacerdoti, l’efficacia forte del sacramento della riconciliazione quando una volta sono riuscito a mettermi a nudo davanti a Gesù e confessargli cose che per me erano grandi macigni. Grazie ancora Alessandro.
I tuoi pensieri e il tuo fare ti portavano alla continua ricerca dell’incontro con Gesù attraverso ritiri, esperienze, pellegrinaggi e porto ancora addosso la bellezza il tesoro della meravigliosa esperienza che mi hai fatto fare portandomi a conoscere il tuo amico e molto amato sacerdote Don Oreste Benzi. A quelle volte in cui mi hai fatto vivere la dimensione e la bellezza del carisma delle case famiglia dell’associazione Papa Giovanni XXIII sempre guidate da Don Oreste. Lo stesso Don Oreste di cui abbiamo fatto fare esperienza anche alla nostra parrocchia invitandolo qui a Guardiagrele, organizzando un incontro-catechesi con la realtà nostra locale e questo lo devo anche a te. Senza parole poi quando su tuo suggerimento ho fatto l’esperienza della  “Notte dei senza dimora” a Rimini in cui ho condiviso la condizione degli emarginati, dei barboni dormendo al loro fianco a terra nella stazione di Rimini: meraviglioso Alessandro.

Ma uno dei momenti che difficilmente dimenticherò è stato quando una mia vicissitudine personale mi ha portato ad affrontare un grosso problema della vita e quindi involontariamente tu non eri più a Guardiagrele e ci sentivamo telefonicamente con meno frequenza. Così casualmente mentre ero ad un incontro che annualmente il Rinnovamento nello Spirito fa alla Fiera di Rimini volevo confessarmi alla moltitudine di sacerdoti presenti lì, circa una quarantina, e mentre facevo la fila ti ho scorto tra i vari box quale confessore. Ho fatto la fila da te e al mio turno quando mi hai visto io che ti portavo nel cuore sono subito scoppiato a piangere, non riuscivo a fermarmi perché avevo sempre nella mente un pensiero che ero sicuro che era anche il tuo ma che a te faceva stare male che mai hai voluto chiedermi ne confessare se non in quell’occasione. E’ così in  un lampo ho sentito il bene che ti volevo e subito ti ho smentito il pensiero che per lungo tempo ti chiedevi per me e la mia grandissima gioia è stato farti capire del bene che sentivo per te, farti comprendere che non avevo nessun rancore per te e se qualcosa era andato per un verso non era certo dipeso da te. Ho visto una grande gioia nei tuoi occhi e il grande peso da cui ti avevo liberato e non smetto di ringraziare il signore per quell’oppurtinità che mi ha dato. Oggi tu la vedi da lassù così come io l'ho veramente vissuto e sentito nel mio cuore.

Sapevo della tua frequentazione presso un gruppo di preghiera a Chieti e di come tu con grande spirito e attaccamento alla preghiera li raggiungevi dal convento di Leonessa sottostando ad orari assurdi in quanto il convento un pò disagiato era mal collegato con i servizi pubblici e tu senza preoccupartene più di tanto riuscivi a giungere a piedi anche da Leonessa a Chieti muovendoti unicamente a mezzo autostop o al massimo con il treno. Mi dispiace e mi fa veramente male al cuore pensare ai tuoi ultimi periodi in cui ti sei lasciato andare, in cui non ti sei preoccupato neanche della tua salute staccandoti anche dal bisogno corporeo che qualche malanno ti obbligava a curare ma che tu hai lasciato correre.
Ho sempre cercato di immaginare le tue ultime ore terrene: solo davanti a quel tabernacolo nel convento di Arezzo, al cospetto di Cristo crocifisso. In un primo momento mi vien da pensare al tuo sentirti umanamente sconfitto, alle persone che ti hanno potuto ostacolare nel vivere la tua chiamata, a noi tutti e a quanti ti conoscevano impotenti di poterti aiutare, poter fare qualcosa per te ma tu stavi presentando tutto te stesso al Signore, quell’ultimo sacrificio che non hai disdegnato di offrire per tutto ciò in cui credevi e che ti faceva sentire un autentico frate cappuccino e il Signore Gesù ha voluto dare un premio alla tua sofferenza chiamandoti a Lui.

Cosa ci rimane Alessandro? Tantissimo, tanto, veramente tanto di te e altrettanto a tutte quelle persone che ti hanno conosciuto e che ti hanno amato, quelle persone a cui anche tu hai voluto tanto bene e che ancor oggi ti portano sulle labbra per tutto ciò che continua a non andare nelle nostre chiese e a ciò che è migliorato in noi anche grazie a te. Grazie Alessandro, grazie a nome di tutte quelle persone che portano ricordi diversi e esperienze altrettanto forti e da lassù sostienici ancora in questa valle di lacrime in cui ci si perde ancora, in cui si spera ancora, in cui si cerca di far posto a Gesù nei nostri cuori rivolgendoci a quella Madre che ora tu abbracci come quell’immenso abbraccio che vorrei darti per ciò che potevo fare e non sono riuscito a fare.

Sei con me fratello carissimo ogni Venerdì nell’adorazione eucaristica, in questo stesso convento che ti ha visto, grazie soprattutto a te, dar inizio alle adorazioni settimanali che oggi celebriamo e che merito anche all’opportunità che mi da il parroco io per te cerco di portare avanti e celebrare nella mia miseria e ingratitudine di figlio di Dio.
Niente poteva ricordarti meglio di quanto hanno scritto nella tua foto ricordo che qui ho davanti a me e che mi ha accompagnato in questo dialogo con te:

“Servi il Signore con umiltà,
povertà e semplicità di cuore”

Tu sei stato questo, grazie Frate Alessandro……e mai come ora vorrei dirti di vero cuore di quanto ti voglio bene fratello. Ciao……..

Di seguito riporto lo scritto che altrettanto ci ricorda in maniera emblematica frate Alessandro: è l’omelia tenuta l’11 Agosto 2009 il giorno del suo funerale a Cattolica dall’allora ministro provinciale cappuccino della regione abruzzese Fra Domenico del Signore.

IN MORTE  DI

P. ALESSANDRO ZANGHERI


Rimini 21.03.1964 – Arezzo 11.08.2009

Caro fratello Alessandro, credo che a te si addicano le parole del salmo 88:

Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte. Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa. Sono libero, ma tra i morti... Mi hai gettato nella fossa più profonda, negli abissi tenebrosi. Si consumano i miei occhi nel patire. Tutto il giorno ti chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani. Compi forse prodigi per i morti? O si alzano le ombre a darti lode? Ma io, Signore, a te grido aiuto e al mattino viene incontro a te la mia preghiera. Perché, Signore, mi respingi? Perché mi nascondi il tuo volto?

Questo tuo grido hai rivolto al Signore davanti al tabernacolo e al cospetto del Cristo crocifisso fino a qualche ora prima della tua morte. Qualcuno dei confratelli in quel momento ti ha visto solo e in ginocchio in chiesa e ti ha invitato ad assumere – seduto – l'atteggiamento del discepolo che reclina confidenzialmente il suo capo sul petto di Gesù. E il Signore dall'alto della Croce ti ha risposto mandando ad aiutarti i suoi santi. Così, nel giorno dedicato a Chiara d'Assisi, l' 11 agosto, si è aperto per te il tempio di Dio che è nel cielo (Ap 11,19).
Eri poco adatto alla realtà mondana ma eri pronto per il Regno dei cieli.
La tua vita è stata un perenne andare alla ricerca dell'Assoluto. E l'Assoluto cercavi anche nelle istituzioni, che pur ispirate a principi evangelici, hanno sempre i limiti della umana natura. Cercavi, con la tua sensibilità e intelligenza, un ideale evangelico  disincarnato al punto che, quando ti si chiedeva di prenderti cura di fratello corpo, non ascoltavi, ritenendo superflua ogni attenzione alle realtà terrene.
La tua idealità ti spingeva a condurre una vita fortemente stressante per il corpo e lo spirito. Era tua abitudine fare l'autostop perché così, nella tua disarmante semplicità, pensavi di evangelizzare chi ti caricava a bordo, desideravi l'esercizio del ministero della riconciliazione anche se il tuo carattere ti faceva pesare molto questa fatica. Avresti voluto fare senza interruzione il predicatore itinerante. Addirittura, chiedevi di poterti recare in Catalogna per aiutare i confratelli cappuccini di quelle terre. E non chiedevi niente per te, perché nella tua delicatezza d'animo avevi timore di recare fastidio ad alcuno.
Pur volendo venire incontro ai tuoi  sogni, insieme alle persone che ti volevano bene cercavo di farti mettere insieme idealità e realtà. Per questo motivo non ho creduto opportuno accordarti il permesso di recarti in Catalogna e, sempre per lo stesso motivo, avevo manifestato il desiderio di averti nel convento dove io dimoravo. Questa possibilità poi è stata resa impossibile dal terremoto dell'Aquila.
La tua forte idealità e l'epilogo della tua breve esistenza mi hanno fatto riflettere su tante cose: l'esigenza di far riemergere la nostra identità di frati,  la necessità di prendere in seria considerazione il fatto che il nostro modus vivendi è fortemente impegnativo per le persone che lo abbracciano. Mi sono anche chiesto quale sia la reale incidenza, l'efficacia e il valore dei metodi formativi rispetto alle persone che chiedono di abbracciare la nostra  vita.
È certamente forte la suggestione e il fascino del modo di vivere la radicalità evangelica come hanno fatto Francesco e Chiara d'Assisi. Ma è estremamente difficile ritrasmettere l'umanità e la carica emotiva che promanavano dalle loro persone.
Caro fratello Alessandro, evidentemente i nodi del nostro cordone non hanno stretto a sufficienza  tutti i componenti la cordata che voleva scalare la santa montagna e così la Provvidenza ha permesso che tu ti sganciassi dal gruppo.
Ora, il sentire della fede che s'ispira alla misericordia del buon Dio, ci dice che tu, accolto nel Regno della pace e dell'amore, sia il tramite che ci avvicina al cielo, lì dove risplende la bellezza del volto di Maria e l'amorevolezza del suo figlio Gesù che ha permesso, con il sacrificio della sua morte in croce, l'ingresso della nostra povera umanità in Paradiso.
Ti ha purificato l'onda battesimale; ti ha donato dignità regale il crisma della confermazione e della ordinazione presbiterale; ti sei nutrito di Cristo, Parola e Pane di vita; vivi in Cristo nella patria che tu hai raggiunto e che noi ancora pellegrini su questa terra – tua madre, tua sorella, i tuoi parenti, i tuoi confratelli – siamo chiamati un giorno a raggiungere.

Cattolica, 11.08.2009
  
fr. Domenico Del Signore
Ministro Provinciale OFMcap

Dati biografici

Nome:   Alessandro
Cognome: Zangheri
Data di nascita: 21.03.1964
Luogo di nascita: Rimini
Diocesi:   Rimini

 Vestizione:   17.09.1993
Professione temporanea: 17.09.1994
Professione perpetua: 09.09.2001
Ordinazione sacerdotale: 07.04.2002
Data di morte:   11.08.2009 
Luogo di Morte:   Arezzo
Data della sepoltura: 17.08.2009
Luogo della sepoltura: S. Giovanni in Marignano (Rimini)


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